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Alice Russolo & Marco Eydallin

CORSICA GRAND TOUR

#ATHLETESTORY

Non siamo dei ciclisti

Con questa premessa iniziamo a pianificare il nostro viaggio Bike and Climb in Corsica. Dico con questa premessa perché, a mio parere, un ciclista “vero” è quello che sceglie il percorso sulla base delle strade più pedalabili o delle salite più famose, quello che magari guarda i watt. Noi, invece, abbiamo iniziato a pianificare la nostra avventura partendo dall’arrampicata, dalle vie più iconiche, dall’estetica delle linee e dalla compattezza della roccia. I km e le salite sono arrivati dopo. I watt invece, quelli, non li abbiamo proprio mai contati.

L’idea
Il concetto è semplice. Scalare in Corsica, girando l’isola in bici e portando con noi tutto il necessario per l’arrampicata. Diciamo che per quanto riguarda lo scalare siamo sul pezzo. Quello che sfuggiva un po' alla nostra esperienza e conoscenza era l’organizzazione del materiale, in termini di peso e ingombro sulle nostre bici. Come tutte le Guide Alpine, Marco nel materiale è sempre minimal. Non c’è mai nulla di troppo, mai nulla che manchi. Ma qui la storia cambia perchè al gear per il climbing c’è da aggiungere quello da bici, il repair kit e tutto il materiale fotografico tra cui drone, computer e hard disk. Optiamo per un carrello a testa, dove, senza troppi limiti di spazio, si può brutalmente cacciare tutto dentro.

L’energia
Pedalare è un piacere. Pedalare con il carrello non è piacevole allo stesso modo, soprattutto in salita. Pensavo di aver pedalato a sufficienza prima di partire e che un inverno di sci d’alpinismo e un’estate di arrampicata, corsa in montagna e avvicinamenti dolomitici potesse essere un’ottima base. E lo è di per se, ma il mix di caldo torrido, salite verticali, un carrellino da 20kg a testa e parecchie ore in sella, hanno contribuito talvolta a far si che l’accumulo di energia si svuotasse di botto. Come una batteria del telefono che prende freddo. È ancora al 42%, guardi lo schermo, pensi che arriverai a fine giornata, ma poi pochi instanti dopo il monitor diventa nero, il telefono si spegne, ed è li che inizia la crisi di fame. Ottobre è stato il mese perfetto per la nostra avventura. Temperatura ottima per scalare, meno turisti, i colori dell’autunno e l’estate che stenta ad andarsene. Castagne per terra nelle strade di montagna, capre maiali e mucche che seguono con lo sguardo il nostro ritmico pedalare verso la prossima meta, lasciandoci passare senza troppo interesse.

Il reset
Solo dopo il primo giorno di scalata capiamo come tutto deve essere calcolato in modo strategico per non perdere tempo, e soprattutto energia. Non conta più “andiamo lì perché è più carino” ma i le considerazioni da fare sono: c’è un supermercato lungo la strada? Un ristorante vicino che ci permetta di non pedalare di notte? Un deposito per le bici? E soprattutto, quanto dista dalla nostra meta per arrampicare del giorno successivo? Si, perché in questa avventura abbiamo scoperto sulla nostra pelle di come esistano gli avvicinamenti degli avvicinamenti, ossia magari un’ora di bici e X metri di dislivello prima di iniziare a camminare per quello che normalmente sarebbe il vero unico avvicinamento alla via d’arrampicata.

Da Porto in poi è come ci fosse stato un reset, un secondo inizio. Facciamo una via sul mare, Ambata di Melu, famosa per la bellezza della sua roccia, la sua verticalità e anche per l’accesso verdoniano, ossia dall’alto. Siamo solo Marco ed io, insieme alle tracce di magnesite di chi ci ha preceduto. La scalata è divertente e plaisir, il granito bellissimo. Usciamo dalla via felici e soddisfatti, appagati dalla scalata e dall’ottima scelta. Dico che da qui c’è stato un reset, per lo più mentale, perchè ci siamo veramente accorti di come pianificare efficientemente i nostri spostamenti. Non c’è più la suddivisione in giornate “oggi si pedala, domani di scala”. Qui si pedala tutti i giorni. L’avvicinamento dell’avvicinamento è diventato essenziale per la scelta dei posti dove dormire. Se si finisce presto di scalare, come nella via a Porto, non c’è la mezza giornata di riposo, si risale in sella e si cerca di rubare qualche chilometro della tappa successiva, rigorosamente in salita, prima di svalicare nell’entroterra, nel paese più corso di tutto la Corsica, Corte. La salita da Porto a Corte non è lunghissima in termini di chilometri, ciò che fa la differenza sono i 2000mt di dislivello, e ovviamente il nostro carrello. Per questo motivo decidiamo di partire subito. Un altro piccolo reset: la soddisfazione non giunge con l’ultimo tiro bensì inizieremo a sentire quella bellissima sensazione pervaderci solo dopo aver fatto i primi 24km e 1000m D+ che, in questa giornata, ci avvicinano a Corte. Stiamo decisamente ingranando ed entrando nel mood del bikepacking pesante. Dopo aver scollinato il colle della Bavella, una lunga, lunghissima discesa fino a Porto Vecchio. Rivediamo il mare, il traffico, le città più grandi. Siamo sulla via del ritorno verso Bonifacio, pronti per chiudere il cerchio. La gamba gira bene e al dodicesimo giorno sento l’entusiasmo crescere dentro di me, la consapevolezza che il duro l’abbiamo fatto, e ormai superato da un po’. Non abbiamo rinunciato a niente, abbiamo toccato tutte le mete che ci eravamo prefissati, e anche di più. Nella discesa l’aria in faccia è calda, piacevole. Ci siamo accorti di come bici e arrampicata possano andare perfettamente d’accordo. Corda e pedali stanno sullo stesso gradino del podio.

Le salite: colle di Verghjiu, Bavella
In 13 giorni abbiamo fatto 11000m D+ di cui la maggior parte con il carrello appresso. La salita verso Corte, partendo da Porto, è stata una delle più lunghe ma anche una delle più affascinanti. Dal paesaggio più marino ci siamo addentrati nell’entroterra corso. La strada si stringe e le macchine si dileguano lasciando spazio a gruppetti di maiali selvaggi e processioni di capre. Quest’ultime meritano una menzione speciale in quanto sono gli unici sorpassi che sono riuscita a fare in salita. Corte fin da subito è stato uno dei posti che per noi era imprescindibile visitare. Porta d’accesso verso la valle della Restonica, famosa per le sue infinite possibilità di scalata e per una via super estetica, Symphonie D’Autumne. Il nostro tour prevede come tappa successiva la Bavella. Il colle della Bavella è una meta tanto ambita dai ciclisti tanto quanto la sua roccia è ambita dai climbers. Come descriverlo? Spettacolare. Guglie di granito a perdita d’occhio, una foresta rigogliosa a 360°, e finalmente, nella roccia si vedono i veri Tafoni. I tafoni sono delle cavità create da vento e intemperie, che presentano delle curve sinuose e dei buchi giganteschi. Arrampicando su questa roccia Marco l’ha definita “una scalata 3D”. Ogni tiro su questo granito è degno di ogni singola pedalata fatta per raggiungerlo.

La roccia
Abbiamo scelto di fare vie non troppo lunghe, 6/7 tiri, tranne Le Dos de L’elephant, che arrivava a 9. E’ stata una scelta dettata dalla necessità di conciliare bici e scalata al meglio. La scalata era diventata la parte leggera dell’avventura, e forse, proprio grazie a questa sensazione di comfort zone, ce la siamo goduta più del solito. Un posto magico in cui abbiamo scalato è la valle della Restonica con la via Synphonie d’Autumne. Superate le prime lunghezze, verticali, su tacchette piccole e con dei passaggi talvolta delicati, si sbuca nella parte alta dove tre tiri di placca ci separano dalla cima. I raggi di sole del pomeriggio ci accompagnano rendendo il paesaggio più morbido. Le placche invece, quelle neanche la Golden hour può ammorbidirle. La via “Le Dos de L’Elephant” (Bavella) è famosa per una spittatura ariosa e la possibilità pressoché nulla di integrare o proteggere. Si tratta di una conformazione rocciosa che ricorda la schiena di un elefante, ad un’ora buona di cammino in una della valle laterali dopo la zona dell’Arghjavara. I primi tiri scorrono veloci, in una scalata divertente e verticale. I tiri chiave si concentrano nella parte alta, caratterizzarti da bellissime placche, dove ci affidiamo al nostro motto “metti il piede, prega e spingi”. È una scalata puramente di tecnica di piedi, dove la fiducia è da riporre sulle minime conformazioni di granito su cui spalmiamo le nostre scarpette. Siamo pieni di gioia e soddisfazione, ma tra un pensiero positivo e l’altro si fa spazio anche un minimo di tristezza, coscienti del fatto che questa cima segna la fine delle nostre scalate in Corsica.

Siamo dei ciclisti
Il mattino successivo carichiamo tutte le nostre cose nei carrelli e incominciamo a pedalare verso il colle della Bavella, perché oggi la faremo integrale. Come se il meteo sapesse che abbiamo finito le scalate e non abbiamo più bisogno della roccia asciutta, inizia a piovere, ma questo non rappresenta un problema. Partiamo, ci scaldiamo velocemente in salita. Ridiamo e scherziamo tra di noi, prima o poi un po’ di acqua bisognava prenderla. Noi continuiamo decisi, ancora appagati dalla scalata di ieri. Io ho conservato un ultimo gel sapendo che oggi, mi sarebbe stato utile. La mente è libera ed i pensieri scorrono veloci. Davanti agli occhi i 12 giorni appena trascorsi, mi sembra di essere in giro da una vita. Penso tra me e me come siano cambiate le cose, quella che all’inizio era in gran parte fatica ora è una gioia, una sfida personale che si tramuterà in soddisfazione e si, anche in autostima, perché se le gambe girano meglio ora, il carrellino non è di certo diventato più leggero. Un ragazzo tutto vestito di nero mi supera, distogliendomi dai miei pensieri, si gira mi guarda, fradicia e pesante. Lo saluto sorridendo, e mi risponde “keep it up, keep it up! Respect”. Ecco, forse questa frase ha avuto lo stesso effetto del gel. Felice di pedalare, di sentirmi bene, sotto la pioggia, con un carrello che a questo punto non è più solo pieno di materiale bensì di esperienze. La bici è stata il valore aggiunto al nostro viaggio, la sfida nella sfida, ciò che l’ha reso speciale e ciò che ha fatto si che la soddisfazione venisse moltiplicata per due. Penso che alla fine, anche noi, siamo dei ciclisti.

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