Il rischio viene definito come “l’eventualità di subire un danno connesso a circostanze più o meno prevedibili, oppure la possibilità che si verifichi un evento svantaggioso o dannoso.”
Se invece proviamo a definire l’alpinismo, esistono molte versioni e diverse scuole di pensiero, ma in tutte c’è un elemento comune e imprescindibile che lo caratterizza: l’accettazione consapevole del rischio. Ed è proprio la possibilità di scegliere volontariamente se esporsi a determinati rischi che secondo me rende l’alpinismo unico. Durante la spedizione mi sono trovato più volte a riflettere sul tema del rischio.
Sulle orme di Bonatti e Mauri
La nostra spedizione inizia il 21 giugno al Terminal 1 di Milano Malpensa. Siamo in quattro: Federico Secchi, guida alpina della Valfurva; Gabriele Carrara, guida alpina di Bergamo; e Ettore Zorzini, fotografo e amico di vecchia data (con cui ho già condiviso l’esperienza intensa della spedizione alle Torri di Trango, in Pakistan, nel 2022). L’obiettivo è il Gasherbrum IV, una delle montagne più affascinanti e inaccessibili del Karakorum. Non ci accontentiamo di raggiungere la vetta, il nostro progetto è ripetere la leggendaria cresta Nord-Est, salita per la prima e unica volta nel 1958 da Walter Bonatti, Carlo Mauri. Un’impresa epica, di circa due mesi, ma più ripetuta in oltre sessant’anni.
Le persone e la logistica
Arrivati ad Askole, l’ultimo villaggio raggiungibile con la jeep, la nostra spedizione si affida ai portatori locali e ai muli. Dividiamo i 320kg di attrezzatura, vestiti e cibo nei bidoni blu da spedizione tra portatori e muli. Quando si parla di spedizioni in alta quota, spesso si pensa solo agli alpinisti e alla montagna. Ma dietro ogni spedizione ci sono tante persone che lavorano duramente per far sì che tutto funzioni. I portatori locali trasportano sulle spalle 25kg di materiale, mentre i muli caricano 75kg. Vederli al lavoro è impressionante: trasportano carichi pesanti su sentieri accidentati, morene instabili e tratti esposti, con una stabilità e una resistenza che ti lasciano senza parole. Ogni volta che li osservo, rimango colpito da come riescano a muoversi in ambienti così ostili.
Oltre al lavoro fisico, i portatori rappresentano il legame con il territorio che attraversiamo nel nostro trekking di 100 km per arrivare al campo base. Nelle cinque tappe previste attraversiamo diversi villaggi dove la vita è semplice, basata sull’agricoltura e allevamento. Le case sono costruite con materiali naturali come argilla e legno e la vita segue ritmi molto diversi dai nostri. Eppure, nonostante la vita sia estremamente diversa da quella a cui siamo abituati troviamo un elemento in particolare: lo smartphone che anche qui ha la sua importanza.Dopo cinque ore di lavoro con piccone e badile, il 30 giugno alle 13.00 le nostre piazzole al campo base sono ufficialmente pronte per montare le tende che ci ospiteranno per i prossimi ventisei giorni.
La seraccata
Siamo fortunati: dopo un giorno di riposo, il meteo tiene e decidiamo di approfittarne per iniziare l’acclimatazione. Saliamo fino al campo 1 a 6000 metri, dove passiamo la notte. Il giorno seguente proseguiamo, ma è qui che iniziano a emergere le prime difficoltà. Sin da subito ci rendiamo conto che raggiungere quota 7000 metri senza attraversare la famosa seraccata è molto più complicato del previsto. Decidiamo di salire un pendio di 55° per ridurre il rischio, ma la stagione è secca e sotto la poca neve il ghiaccio è durissimo. La progressione è lenta e faticosa. Riusciamo comunque a salire fino a 6900 metri, quasi in cima alla seraccata, ma ci rendiamo conto di aver sbagliato linea: siamo fuori rotta, con ore di ritardo rispetto alla tabella di marcia. A quel punto, l’unica opzione è scendere di circa 200 metri e decollare in parapendio (ormai mio compagno fidato di avventure) per rientrare al campo 1.
La scelta
Torniamo al campo base delusi, ma con una consapevolezza chiara: la via più logica, veloce e meno faticosa per salire passa attraverso la seraccata. Peccato che sia anche la più rischiosa.
Nel 1958 Bonatti e Mauri l’avevano affrontata, salendo e scendendo per due mesi senza incidenti. Ma oggi le condizioni sono cambiate. Il ghiacciaio è più sottile, il clima più estremo, i margini d’errore quindi ancora più stretti. E nell’alpinismo, quando sbagli — anche di poco — le conseguenze possono essere definitive.
Ne discutiamo tra noi, confrontando i nostri punti di vista. Le opinioni connesse al rischio sono diverse. Ed è qui che io prendo la mia decisione. L’alpinismo si basa sull’accettazione del rischio consapevole. Si muore in diverse situazioni, dal lavoro alle strade, dove non sempre si sceglie di percorrere un determinato rischio. Quello che mi piace dell’alpinismo è proprio la possibilità di fare questa scelta. Posso scegliere di infilarmi in determinate situazioni, di espormi a un certo grado di rischio in base alle informazioni che ho. E quindi io prendo la mia decisione.
Decisione diversa da quella di Fede e Gabri. Io ho deciso di non attraversare la seraccata e tirarmi fuori dai giochi, mentre Fede e Gabri accettano il rischio e decidono di continuare.
Gascherbrum II e la vita al campo base
Il tempo si rivela instabile per qualche giorno, ma finalmente ci concede una buona finestra il 13 e 14 luglio. Decidiamo di approfittarne per una rotazione di acclimatamento fino a quota 7000 metri, scegliendo un obiettivo più accessibile e sicuro: il Gasherbrum II. Anche Fede e Gabri vengono con me. Una scelta più prudente, lontana dai rischi della seraccata. Raggiungiamo il campo 2, ma nella notte inizia a nevicare, costringendoci ad aspettare. Decido comunque di lasciare lì cibo e attrezzatura per un eventuale tentativo di vetta e decollo in parapendio dalla cima, a 8030 metri, appena il meteo lo permetterà. Verso le dieci del mattino, grazie a una piccola tregua, iniziamo la discesa. Riesco a decollare e volare per un tratto, risparmiando così tempo, fatica e ginocchia.Poi il tempo torna a peggiorare.
I quattro giorni successivi li trascorriamo al campo base, in attesa di una nuova finestra. Le giornate passano lentamente, tutte uguali, ma allo stesso tempo sembrano scivolare via troppo in fretta. Ci si costruisce una routine: colazione, qualche esercizio alla trave per le dita, flessioni, pranzo, un film nel pomeriggio, cena. Ogni giornata è scandita dalla nostra routine trasformando lo scorrere del tempo in un paradosso: da un lato le ore sembrano sembrano passare lente, dall’altro sembrano volare, perche ogni giorno che passa è un giorno in meno che abbiamo a disposizione. Più passa il tempo e più la seraccata centrale del G4 scarica facendo cambiare idea anche a Gabri e Fede rispetto alla salita originale. Il tempo non è dalla nostra parte purtroppo.
Gli utlimi giorni
Il 19 luglio finalmente torna un po’ di stabilità e quindi ci attiviamo. Io e Gabri saliamo al campo 2 del G2 per recuperare la mia attrezzatura e volare, mentre Fede e Ettore si fermano al campo 1 per scattare foto e video. Partiamo alle una di notte dal campo base e raggiungiamo il campo 2 alle 9 di mattina a 6600 metri. Abbiamo il tempo di rilassarci brevemente ed è subito il momento di muoversi per decollare: la neve ha iniziato a mollare per il caldo e si sprofonda fino alle ginocchia in uno spazio limitato. Ci confrontiamo brevemente sul da farsi e la soluzione è una sola: decollare e molto in fretta. Decolliamo godendoci una discesa bellissima con il Gasherbrum 1 alle spalle. Riesco ad atterrare a cinque metri dalla mia tenda, una piccola soddisfazione che mi prendo. Tentiamo un ultimo controllo del meteo il 22, aggrappati a un filo di speranza. Purtroppo il meteo non è decisamente dalla nostra parte questa volta: sono previsti sette giorni consecutivi di maltempo.
Il ritorno
A malincuore, decidiamo di smontare il campo base con qualche giorno di anticipo e iniziamo a organizzarci per il rientro. I muli e i portatori ripercorreranno la stessa via dell’andata, mentre noi scegliamo di attraversare il Gondogoro La, un passo impegnativo a 5.500 metri di quota, che ci permette di guadagnare tre preziosi giorni di viaggio. Lungo il rientro facciamo tappa a Khaplu, il villaggio natale del nostro giovane aiuto cuoco, un ragazzo di 26 anni, brillante e pieno di energia, che ci tiene a mostrarci con orgoglio la sua terra. Accettiamo con entusiasmo: camminare tra le sue strade, accompagnati da lui, ci regala uno sguardo autentico sulla vita di queste montagne che spesso viene dimenticata.
Avremmo voluto tentare la cima, è vero. Ma l’alpinismo è fatto di scelte e sapere quando fermarsi fa parte del gioco. Anche se non abbiamo raggiunto la cima, torno a casa sereno. Non tutte le spedizioni finiscono con una vetta, ma ognuna porta con sé qualcosa di prezioso. Queste esperienze sono un arricchimento profondo, fatto di persone, paesaggi e silenzi che restano impressi.